Il Milan si trova in un momento di transizione profonda, con sfide organizzative che richiedono risposte rapide e scelte coraggiose. La mancata ufficializzazione di Markus Krösche come Head of Football — il nuovo modello di figura dirigenziale scelto dalla proprietà — apre uno scenario inedito, ma anche una grande opportunità per costruire qualcosa di solido e duraturo.
Il doppio nodo: organizzazione e immagine
A metà giugno 2026 il Milan si ritrova in una situazione che impone riflessioni serie. Sul piano organizzativo, il club rossonero non dispone ancora di una dirigenza sportiva strutturata. Giorgio Calvelli, che ha assunto parte delle deleghe operative, può firmare contratti — come quello atteso per il contro-riscatto di Francesco Camarda dal Lecce — ma non può sostituire in pieno una figura tecnico-sportiva dedicata alla programmazione del mercato e alla costruzione della rosa.
Sul piano dell’immagine internazionale, invece, la vicenda Krösche pesa. Il direttore sportivo dell’Eintracht Frankfurt era considerato il profilo ideale: un dirigente moderno, con un curriculum costruito su plusvalenze intelligenti e sviluppo dei talenti. L’Eintracht, tuttavia, ha bloccato la trattativa, esercitando pienamente il diritto di non liberare il proprio uomo di punta prima della naturale scadenza contrattuale.
I retroscena tedeschi: il nodo Ibrahimović
Da ambienti vicini alla Bundesliga filtra una versione alternativa dei fatti: sarebbe stato lo stesso Krösche a frenare, consapevole delle possibili sovrapposizioni di ruolo con Zlatan Ibrahimović, il Senior Advisor rossonero. Un dirigente abituato ad avere piena autonomia decisionale difficilmente accetterebbe un contesto in cui quella autonomia potrebbe essere limitata da interferenze esterne. Si tratta di un’indiscrezione, da prendere con la dovuta cautela, ma che racconta di un Milan che deve prima di tutto chiarire — internamente — la propria catena di comando.
C’è poi un aspetto puramente contrattuale: Krösche è legato all’Eintracht da un accordo da circa 10 milioni di euro. Dimettersi unilateralmente non sarebbe una soluzione praticabile, perché il dirigente tedesco resterebbe vincolato al contratto, trovandosi senza club per un lungo periodo. Una situazione che ha contribuito, insieme alla ferma posizione del club tedesco, a chiudere definitivamente questa pista.
Il corto circuito nella governance: prima l’allenatore, poi il DS
La vicenda Krösche illumina un tema più profondo: l’ordine delle scelte. In un club strutturato, la catena di comando segue una logica precisa — prima si nomina un amministratore delegato o un CEO sportivo, poi si sceglie il direttore sportivo, e solo infine si individua l’allenatore. Al Milan, invece, si è proceduto in modo inverso: Rúben Amorim è già il nuovo tecnico, scelto dopo una lunga serie di valutazioni che ha coinvolto nomi come Iraola, Xavi, Pochettino e Glasner, tra gli altri. Krösche stesso aveva avuto contatti con Amorim, contribuendo alla sua selezione. Ora che il dirigente tedesco non arriverà, il prossimo Head of Football potrebbe avere una visione diversa sul profilo del tecnico: un rischio reale che il club deve gestire con intelligenza.
È però proprio in questi momenti che i grandi club trovano le soluzioni migliori. La dirigenza rossonera ha la responsabilità — e la capacità — di identificare rapidamente il profilo giusto, uno che condivida la visione di Amorim e sia pronto a costruire insieme il Milan del futuro. La strada è tracciata: ora serve accelerare.
Per un approfondimento sul profilo di Krösche e sulla ricerca del direttore sportivo rossonero, puoi leggere i nostri precedenti articoli dedicati.






