Gli ultimi giorni di Tare al Milan
Sembra ormai segnato il destino di Igli Tare all’AC Milan. Nonostante manchino ancora alcune giornate al termine del campionato, il direttore sportivo albanese dovrebbe lasciare il club rossonero a fine stagione, indipendentemente dal piazzamento finale in classifica e dall’eventuale qualificazione alla Champions League.
Una fine che arriva dopo una sola stagione, la prima e probabilmente l’ultima alla guida dell’area tecnica milanista. Un mandato breve, travagliato, che tuttavia non racconta tutta la storia: perché il problema di Tare al Milan non è stato solo quello di aver sbagliato qualche operazione di mercato, ma soprattutto quello di non aver mai avuto la reale libertà di operare.
I meriti e i limiti di una stagione difficile
Nel valutare il lavoro di Tare è giusto farlo con equilibrio. Sul piano degli errori, pesano in particolar modo due acquisti che non hanno reso quanto ci si aspettava: Christopher Nkunku, arrivato per una cifra vicina ai 40 milioni di euro, e un altro innesto che non ha convinto. Operazioni che hanno inciso sul bilancio senza portare il contributo atteso in campo.
Ma sarebbe ingiusto dimenticare anche i colpi riusciti. Su tutti, il grande capolavoro dell’estate: il ritorno di Luka Modrić a parametro zero. Un’operazione di mercato straordinaria, frutto di un lavoro certosino che ha portato Tare addirittura a volare in Croazia per convincere di persona il centrocampista croato a sposare il progetto Milan. Un colpo di qualità assoluta, capace di alzare il livello tecnico e l’esperienza internazionale della rosa.
Come ricordano i tifosi più attenti, anche grandi direttori sportivi della storia rossonera — da Ariedo Braida a Paolo Maldini — hanno avuto operazioni meno riuscite accanto ai grandi successi. L’errore di mercato è parte del gioco, nessuno è immune. Il punto, semmai, è un altro.
Il vero problema: un DS senza potere reale
Il nodo centrale, come sottolineato anche da Luciano Moggi, è che Tare sembra essere stato ingaggiato più come risposta alle pressioni esterne — dopo le polemiche seguite all’addio di Maldini — che come artefice reale di un nuovo progetto tecnico. Un «contentino», per usare le parole di chi conosce bene le dinamiche interne del club.
Le operazioni di mercato più rilevanti avrebbero continuato a passare per le mani di Giorgio Furlani, lasciando al direttore sportivo un ruolo di facciata più che di sostanza. Un DS che non può scegliere i propri giocatori è un DS con le mani legate, e i risultati in campo — inevitabilmente — risentono di questa incoerenza progettuale.
Per approfondire le dinamiche interne legate al ruolo di Furlani, leggi anche: Milan, tensione in sede e futuro di Furlani: il caso Maldini torna al centro del dibattito.
Tony D’Amico: il nome caldo per il dopo-Tare
Chi potrebbe raccogliere l’eredità di Tare? Il profilo più accreditato è quello di Tony D’Amico, attuale direttore sportivo dell’Atalanta, che sta per liberarsi dal proprio contratto con il club bergamasco. D’Amico è considerato uno dei dirigenti sportivi più brillanti del panorama italiano: ha contribuito in modo determinante alla costruzione dell’Atalanta che ha vinto la UEFA Europa League e che anno dopo anno si conferma tra le realtà più solide d’Europa.
Il suo profilo sarebbe la prima scelta di Furlani, nel caso in cui l’attuale CEO restasse al suo posto. Ed è proprio questo il grande condizionale: il futuro di D’Amico al Milan è strettamente legato a quello di Furlani. Se l’amministratore delegato non venisse riconfermato, si aprirebbero scenari completamente diversi, con altri nomi e altri profili sul tavolo.
Il Milan si trova dunque davanti a un bivio: scegliere con cura chi costruirà la squadra del futuro, garantendogli finalmente quella libertà operativa che fino ad oggi è mancata. È la condizione imprescindibile per smettere di rincorrere e tornare a programmare con visione.
Il Milan ha le potenzialità per tornare grande. Serve solo la struttura giusta per farlo.




